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Folclore
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Il termine mwdafolclore o mwdqfolklorecite-ref-1[1] (pron. [folˈklore]cite-ref-2[2]; dall'mwfwinglese mwgafolk, "popolo", e mwgqlore, "tradizione" ma anche "storia, trama") si riferisce a quelle forme di mwggcultura popolare comprendente le tipologie di mwgwtradizione mwhatramandate spesso oralmente e riguardanti conoscenze, usi e costumi, mwhqcredenze popolari; mwhgmiti, mwhwfiabe, mwialeggende e altre narrazioni legate alla dimensione del fantastico; mwiqfilastrocche, mwigconte e mwiwproverbi; mwjamusica, mwjqcanto e mwjgdanza: il tutto riferito a una determinata mwjwarea geografica, a una determinata popolazione, ai ceti popolari dei contadini e montanari, a più d'una o a tutte queste determinazioni. Un discorso a parte merita l'mwkaimmaginario folklorico, settore significativo dei fatti folklorici che raggruppa tutti i racconti che hanno relazione col fantastico: fiabe, leggende, miti e racconti della paura.

Contents

Note

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La nascita del termine

L'origine del termine mwlafolclore è attribuita allo scrittore e antiquario inglese William Thoms (1803-1900)cite-ref-treccani-3-0[3] che, sotto lo mwmgpseudonimo di Ambrose Merton, pubblicò nel 1846 una lettera sulla mwmwrivista letteraria mwnalondinese mwnqAthenaeum, allo scopo di dimostrare la necessità di un vocabolo che potesse ricomprendere tutti gli studi sulle mwnwtradizioni popolari mwoainglesi.

Il termine fu poi accettato dalla mwogcomunità scientifica internazionale dal 1878, per indicare quelle forme contemporanee di aggregazione sociale incentrate sulla rievocazione di antiche pratiche popolari, ovvero tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate "tradizioni popolari", dai mwowcanti alle sagre alle mwpasuperstizioni alla mwpqcucina (e che già due secoli prima mwpgGiambattista Vico chiamava "rottami di antichità").

Storia degli studi sul folclore

Gli studi sul folclore presero avvio sulla scia dell'impulso mwqwromantico del XIX secolo, rivolto a indagare le radici mwrapopolari della cultura europea, concentrandosi inizialmente sulla mwrqtradizione orale costituita da storie, canzoni, proverbi ed espressioni nazionali, a cominciare da quel tesoro di fiabe e racconti inteso dai mwrgfratelli Grimm come mwrwmwsaVolksgeist, cioè «anima del popolo», la quale si riverbera nei canti del volgo come già sostenuto da mwsqJohann Gottfried Herder.cite-ref-4[4]

Approccio antropologico

Tale disciplina assunse un piglio «mwuascientifico» allorché si connetté con l'mwuqetnologia, contestualizzando l'oralità folcloristica entro un insieme di elementi antropologici come usanze, arti e costumi del popolo ritenuti «oggettivi». La caratteristica del folclore così inteso rimarrà costantemente concepita come appannaggio delle classi inferiori, e perciò tipicamente contrapposta alla cultura delle élite.cite-ref-treccani-3-1[3] Questo aspetto indusse a ritenere il folclore un fenomeno appartenente esclusivamente alle società stratificate in classi, poco indagato pertanto in quelle forme di civiltà meno complesse, come le africane, che presentano un livello di sviluppo elementare e omogeneo.cite-ref-treccani-3-2[3]

Tra i primi esponenti della scuola antropologica inglese ci fu mwwwEdward Burnett Tylor, che insieme con mwxaAndrew Lang e mwxqJames Frazer intendeva orientare la sua disciplina in senso scientifico, teorizzò che il folclore fosse un grado inferiore dell'evoluzione culturale di una società, rimasto fermo a una concezione superstiziosa e arcaica della mwxgnatura, alla quale le comunità contadine attribuivano ancora una valenza magico-religiosa propria dell'mwxwanimismo.cite-ref-treccani-3-3[3]

Approccio storico-culturale

All'approccio si vennero sostituendo in seguito diverse altre modalità di studio dei fenomeni folcloristici. Presso mwzgFritz Graebner, mwzwBernhard Ankermann, mwaaWilhelm Schmidt, e ulteriori esponenti della mwaqscuola di Vienna prevalse un indirizzo storico-culturale basato su indizi mwagmorfologici e sui diversi cicli di civiltà. Il metodo mwawfinnico di G. Krohn si basa invece sulle affinità geografiche, mentre quello mwbacartografico di mwbqArnold van Gennep sulla definizione di luoghi e ambienti.cite-ref-corso-5-0[5]

Opere sul folclore in Italia

In Italia gli studi sul folclore nazionale ebbero inizio come nel resto d'Europa nel mwdgXIX secolo. Dopo le prime inchieste di mwdwepoca napoleonica la prima opera di rilievo fu quella del forlivese mweaMichele Placucci. I più importanti pionieri dell'Ottocento in questo settore furono quindi mweqErmolao Rubieri, mwegAngelo De Gubernatis e mwewAlessandro D'Ancona.cite-ref-treccani-3-4[3]

Al medico palermitano mwgqGiuseppe Pitrè si deve invece l'origine dello studio sistematico, su base scientifica, del folclore italiano. Pitrè ottenne nel 1911 a Palermo una cattedra universitaria per lo studio delle tradizioni popolari, sotto il nome di mwggdemopsicologia, poi riattivata da mwgwGiuseppe Cocchiara negli anni '30 con il nome di mwhastoria delle tradizioni popolari.

Il significato di "mito" secondo Claude Lévi-Strauss

«Le storie antiche sono, o sembrano, arbitrarie, prive di senso, assurde, eppure a quanto pare si ritrovano in tutto il mondo. Una creazione “fantastica” nata dalla mente in determinato luogo sarebbe unica, non la ritroveremmo identica in un luogo del tutto diverso.»

(Claude Lévi-Strauss)

In seguito i miti e i significati a essi connessi furono oggetto di studio, tra gli altri, del noto mwiwantropologo sociale mwjaClaude Lévi-Strauss. In particolare nella sua opera mwjqMito e significato l'antropologo e filosofo francese dà una sua interpretazione alla «spiegazione» dei miti, non considerandoli esclusivamente «elementi primitivi», sorpassati e privi di significato, un «prodotto» solo di menti superstiziose.cite-ref-6[6]

«Che differenza c'è fra l'organizzazione concettuale del pensiero mitico e quello della storia? È vero che il racconto mitologico tratta fatti storici, per poi trasformarli e usarli in altro modo?»cite-ref-7[7], queste erano due fra le principali domande cui Lévi-Strauss cercò di rispondere con le sue ricerche partendo dal presupposto di individuare le "rassomiglianze" (più che le differenze) dei miti in vari luoghi del mondo.

Ad avviso del teorico dello mwmastrutturalismo, mentre è vero che esistono mwmqdiversità fra il racconto mitico e quello mwmgstoriografico, è anche vero che in questi racconti esiste anche una sorta di mwmwcontinuità. I racconti mitici che sono o appaiono racconti privi di senso e assurdi, risultano essere in effetti «sistemi chiusi» di pensiero «che possiedono identiche strutture formali di base e contenuti variabili». Il mwnafilologo mwnqCesare Segre, spiegando il pensiero di Claude Lévi-Strauss, asserisce che primitivi e civilizzati «hanno sviluppato zone diverse delle loro attitudini mentali, realizzando una specializzazione».cite-ref-panorama-1980-8-0[8]cite-ref-9[9]

Il filosofo mwpwPaolo Rossi fa inoltre notare, sostenendo il pensiero di Segre, che mentre «la scienza tende a spiegazioni sempre "parziali", i sistemi mitici tendono a raggiungere, con i mezzi i più scarsi possibile, una comprensione "totale" dell'universo. [...] Il mito non riesce a dare all'uomo, un maggior potere materiale sull'ambiente, gli dà invece l'illusione di comprendere l'universo. Ma si tratta di un'illusione oltremodo "importante"».cite-ref-panorama-1980-8-1[8]

Studi sui rapporti tra cultura popolare e dominante nell'epoca preindustriale

Il lavoro dell'autore russo mwrgMichail Michajlovič Bachtin, intitolato mwrwmwsaL'opera di Rabelais e la cultura popolare, getta le basi per la ridefinizione del significato di cultura popolare. Attraverso l'opera dello scrittore francese mwsqFrançois Rabelais, intitolata mwsgmwswGargantua e Pantagruel, Bachtin analizza la centralità della cultura popolare in mwtaepoca medievale e mwtqmoderna. Egli contribuisce con il suo lavoro a dare una visione più ampia del mwtgcarnevale e del suo significato. Bachtin individua due elementi fondamentali per comprendere le manifestazioni popolari: il mwtwriso e il mwuarealismo grottesco.

Jacques Le Goff

mwuwJacques Le Goff analizza, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, l'atteggiamento che la cultura clericale ha nei confronti del folclore in mwvaetà merovingia.cite-ref-10[10] Benché ci siano degli elementi di incontro, egli ritiene che nel complesso vi sia un blocco della cultura superiore nei confronti di quella inferiore.

Le Goff torna a trattare questa tematica ne mwwgL'immaginario medievale pubblicato nel 1988cite-ref-11[11]. Egli si sofferma sull'analisi di testi che descrivono viaggi nell'aldilà. L'autore ipotizza che tali testi testimonino lo stretto contatto e gli scambi tra cultura mwxwclericale e quella popolare. Le Goff nota per esempio come queste opere abbiano una mwyastruttura narrativa condivisa: i protagonisti sono soprattutto mwyqmonaci. Inoltre i luoghi e i personaggi descritti derivano dalla tradizione folclorica. L'autore sottolinea come nel processo di trasmissione di questi racconti le due componenti della cultura (clericale e folclorica) non si trovino l'una subordinata all'altra, ma come ci sia un equilibrio tra i due attori, che comunicano tra di loro.

Georges Duby

mwzaGeorges Duby esamina i processi di trasmissione dei modelli culturali nella società francese tra mwzqXI e mwzgXII secolo, e ritiene che questi siano caratterizzati da un fenomeno di "popolarizzazione". Infatti i modelli mwzwaristocratici esercitano un certo fascino nei confronti delle classi sociali inferiori, che ne adottano le caratteristiche principali. L'autore, oltre a delineare tale processo di accettazione di modelli culturali dmw0a'mw0qmw0gélite, attesta anche un altro movimento speculare: l'adozione di forme culturali popolari da parte delle classi dominanti.cite-ref-12[12]

Jean Claude Schmitt

mw2qJean-Claude Schmitt, nel saggio intitolato mw2gLe tradizioni folkloriche nella cultura medievale, sostiene che durante il mw2wMedioevo vi sia convivenza e accordo tra tradizioni folcloriche e cultura egemonica. A prova di questa tesi di circolazione sociale egli descrive dei casi esemplari di trasmissione di mw3afonti e testi da una classe sociale all'altra. Egli sottolinea l'importanza del rapporto dinamico che si crea tra i due poli, e delle manipolazioni dirette sul testo, a dimostrazione della circolarità culturale.cite-ref-13[13]

Peter Burke, Cultura popolare nell'Europa moderna

Lo storico inglese mw5aPeter Burke analizza lo scambio culturale tra classi sociali in età preindustriale. Burke crede che coesistano due tipologie di mw5qcultura (alta e bassa), non caratteristiche in senso stretto a una classe sociale: mentre l'élite partecipa attivamente alle manifestazioni popolari, il popolo è protagonista solo della propria tradizionecite-ref-14[14]

Egli ritiene inoltre che in base alle variazioni ambientali e geografiche vi siano differenti espressioni culturali popolari. Le interazioni tra le due culture non sono da sottovalutare. Burke afferma che la cultura popolare sia da indagare oltre che con metodi diretti d'analisi delle mw6wfonti, anche con approcci indiretti: quali l'mw7aiconologia, esami comparati e analisi regressive.cite-ref-15[15]

Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi

mw9aCarlo Ginzburg, nel saggio mw9qmw9gIl formaggio e i vermi, si chiede se sia possibile indagare come fosse la cultura popolare autentica, senza ritrattazione nella trasmissione delle fonti da parte della cultura d'élite. Egli introduce una distinzione tra il concetto di mw9wcultura popolare e mw-acultura imposta alle classi popolari. I prodotti di quest'ultima categoria non possono essere considerati d'originale derivazione popolare, dal momento che subiscono una manipolazione da parte della cultura dotta.cite-ref-16[16] Ginzburg ritiene, in riferimento agli atti del processo contro Menocchio, che la deposizione dell'imputato attesti una forte influenza delle tradizioni antiche e orali, caratteristiche di uno "strato profondo della cultura popolare".cite-ref-17[17]

Piero Camporesi, Cultura popolare e cultura d'élite fra Medioevo ed età moderna

mwaqqPiero Camporesi sostiene che in un'epoca in cui il significato di mwaqupopolo non era ancora stato scoperto, la cultura popolare veniva erroneamente associata a significati quali mwaqypregiudizio e mwaqcsuperstizione. Camporesi riconosce la dipendenza della cultura popolare rispetto alla cultura mwaqgclericale, ma identifica una componente folcloristica all'interno della religione ufficiale.cite-ref-18[18]

Gurevic, Contadini e santi

Nel saggio pubblicato nel 1981 mwaraAron Jakovlevič Gurevič riflette sullo scambio bidirezionale tra cultura dominante e folklore. Egli cerca di comprendere la reciproca influenza di queste due componenti analizzando la mwareletteratura mediolatina, soprattutto quella dedicata a un uditorio laico non alfabetizzato. Attraverso l'analisi di questi mwarigeneri letterari (quali gli mwarmmwarqexempla, i sermoni, le mwarumwarylaude), Gurevic esamina le modifiche che le esigenze dell'ascoltatore esercitano in coloro che producono i testi. A partire da tali variazioni l'autore indaga quale sia il modo di pensare dell'"uomo medio".cite-ref-19[19]

Antropologia culturale

Oggi lo studio della mwar0storia delle mwar4tradizioni popolari è materia mwar8universitaria e la mwasabibliografia relativa è molto vasta, abbracciando diversi temi:

• mwasmciclo della vita umana
• mwasufeste e usanze del calendario
• mwascdimore rurali
• mwaskvita agricola, mwasomarinara e pastorale
• mwaswletteratura
• mwas4prosa
• mwatadrammaturgia
• mwatqdanza
• mwatymusica
• mwatgmagia
• mwatosuperstizione
• mwatwreligiosità
• mwat4arte pittorica, ecc.

La mercificazione del folclore è, secondo mwauaLuigi Lombardi Satriani, il rischio che oggi il "folclore" corre dopo che è stato legittimato. Per Satriani nonostante esso sia entrato in un ampio circuito culturale (dai canti tradizionali, a feste e manifestazioni ripristinate, recital in teatri underground, film su episodi e situazioni 'meridionali', proverbi popolari riportati a formulazione dialettale) si rischia «che questa "riscoperta" del mondo popolare sia una nuova maniera per mantenere tale mondo nella sua subalternità e per negarne, in forme diverse, la cultura».cite-ref-20[20]

Note

cite-note-11. La parola "folk-lore" è stata usata per la prima volta da William J. Thoms (1803-1885) in una lettera alla rivista mwausAthenaeum pubblicata il 22 agosto 1846 (Duncan Emrich, mwauw"Folk-Lore": William John Thoms, mwau0California Folklore Quarterly, Vol. 5, No. 4 (Ottobre, 1946), pp. 355-374.
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cite-note-treccani-33. mwaximwaxmmwaxqFolclore, su mwaxutreccani.it.
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cite-note-99. mwazyMito e significato Introduzione di mwazcCesare Segre pag. 1-11, Il Saggiatore, Milano 1980.
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cite-note-1414. P. Burke, mwaawCultura popolare nell'Europa moderna, Milano, 1980, pp. 31-32.
cite-note-1515. Burke, mwabaCultura popolare nell'Europa moderna, cit., pp. 79-86.
cite-note-1616. C. Ginzburg, mwabqIl formaggio e i vermi, Torino, 1976, p. XIII.
cite-note-1717. Ginzburg, mwabgIl formaggio e i vermi, cit., p. 135.
cite-note-1818. P. Camporesi, mwabwCultura popolare e cultura d'élite fra Medioevo ed età moderna, Torino, 1981, pp. 134-136.
cite-note-1919. A.J. Gurevic, mwacaContadini e santi, Torino, 1986, pp. 11-14.
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Collegamenti esterni

• citereftreccani-itfolclore, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
• citerefopen-library(EN) Opere riguardanti Folclore, su Open Library, Internet Archive.
• citereftreccani-folcloreFolclore, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.